Domenica 19 Maggio 2019 V Domenica di Pasqua

Meditazione per la Quarta Domenica di Pasqua

Vedere un gregge di pecore al pascolo non lascia indifferenti. Fermarsi e osservare come le pecore brucano l’erba, tra belati e richiami di madri e risposte di piccoli agnelli, riempie il cuore di una tenerezza unica. Lo sgradevole odore di pecora si diffonde intorno e, come d’incanto, volentieri ci si immerge. Tutto dipende da come si guarda, da come si respira, da come si gusta ogni cosa.

Un gregge senza pastore facilmente si disperde, diventa preda di ladri, di belve affamate, pronte a sbranare e nutrirsi della carne. Ciò che tiene unito un gregge è proprio la voce del pastore che le singole pecore riconoscono e a cui obbediscono.

Ho fatto esperienza di questo quando, durante un campo scuola con i giovani, avevamo come vicino il proprietario di un piccolo gregge. Ogni mattina, dall’alto della collina, guidava le pecore e le capre con la sua voce fino alla valle dove pascolavano. Dall’alto lui vigilava. A sera, ad un suo richiamo ben preciso accompagnato da alcuni fischi, il piccolo gregge docilmente si metteva in moto per rientrare, percorrendo esattamente la stessa strada, e raggiungere il pastore e quindi l’ovile.

La bellezza del breve brano del vangelo di questa quarta Domenica di Pasqua richiama questa atmosfera bucolica e il connubio esistente tra lui (il bel Pastore) e i suoi fedeli (le pecore). Un linguaggio comprensibile per la gente del tempo e altrettanto comprensibile e attuale oggi.

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai in questo periodo pasquale non si parli nel Vangelo della Resurrezione e delle apparizioni di Gesù. È esattamente a questo punto dell’anno liturgico e in questo tempo così solenne, che noi cristiani, se come Tommaso e Pietro abbiamo fatto esperienza diretta della Risurrezione di Gesù, siamo chiamati a vivere quell’intima comunione che ci permetta di gustare già la vita eterna.

Dice Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono».

Ne consegue non una fede ferma a devozionalismi e pratiche religiose intimistiche, bensì una fede adulta che trova nell’ascolto della Parola di Gesù il suo fondamento, il suo punto di riferimento, la guida per le scelte nella concretezza della vita.

Una fede capace di superare il pianto e la disperazione del Venerdì Santo e di tuffarsi nell’alba della risurrezione della Domenica.

Una fede che, permeata della freschezza della Parola di Gesù, sia capace di ruminare quanto ascoltato, fino a diventarne vita. Una fede pasquale che renda capaci i credenti, come Paolo e Barnaba (prima lettura), convertiti dall’incontro con il Risorto, ad annunciare con forza e determinazione la potenza della Parola che cambia in meglio la vita di chi realmente si lascia interpellare.

È in questo ascolto fiducioso che ci si incammina quotidianamente con la consapevolezza che «Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida». Così abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale.

Viviamo in un tempo in cui le voci sono tante, per cui è difficile distinguere quali di esse siano vere e producano realmente il nostro bene. È il tempo del sospetto, della paura, della denigrazione. I social, se da una parte ci sono di grande aiuto nell’apprendere, nel comunicare, dall’altra rischiano di essere fuorvianti. Il pensiero di uno diventa improvvisamente condivisibile senza verificarne l’autenticità. E che dire delle fake news? (delle notizie false).

Quante voci risuonano da pulpiti che sfruttano le debolezze delle pecore, i loro dubbi, i loro vuoti, riempiendoli di promesse evanescenti, di futuri paradisiaci, di sicurezze che diventano prigioni, di successi anticamera di sconfitta.

Gesù non fa promesse, non ha un programma politico, non deve difendere interessi personali, non vuole il male nemmeno dei suoi avversari. È il Dio – Uomo che porta a compimento la sua missione: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». Questa è l’autorità della sua Parola: ricevere da lui la vita eterna.

La vita eterna! Se ne parla così poco! Si ha quasi paura di bisbigliare anche il termine “eternità”!

Eppure quando gli occhi, incantati, si fermano a contemplare un campo fiorito dai mille colori, un campo di grano cullato dal vento, le cime dei monti ancora innevate, le onde del mare che schiumano sulla scogliera, non è questo un preludio dell’eternità?

Di fronte al sorriso di un bambino, o all’incedere titubante di un agnello appena nato, o al volo di rondini che solcano festanti luoghi abbandonati da un anno e lì puntualmente ritornate dopo migliaia di chilometri, come si fa a non riconoscere la forza della vita che ha il sapore di eternità?

Quando il sole al mattino, sul mare, si infila con i suoi raggi tra le nubi del cielo in un gioco di luci, o quando al tramonto colora tutto di rosso perché (così veniva detto a noi bambini) la Madonna in cielo “fa il pane”, o quando la pioggia, copiosa, scende sulla terra mentre tuoni e fulmini squarciano il cielo, come si fa a non pensare di far parte del ritmo straordinario della terra sempre gravida di vita che richiama qualcosa di più grande?

E che dire della visione di un cielo stellato, nel buio, da ammirare sdraiati per terra, mentre le galassie si lasciano intravedere negli spazi infiniti, dilatando il desiderio di eternità?

È questo ciò che Gesù ci dona: “già” adesso gustiamo, ma “non ancora” pienamente, perché la pienezza è Dio: «Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Bella la prospettiva della nostra esistenza: vita eterna ogni qual volta saremo capaci di cogliere e gustare il momento presente, assaporando la bellezza di Dio: «Io e il Padre siamo una cosa sola».

Brutta, inutilmente sofferta la vita senza Dio, perché senza speranza, senza certezze, senza prospettive, senza futuro.