Domenica 19 Maggio 2019 V Domenica di Pasqua

Meditazioni dell’Arcivescovo per le Domeniche di Quaresima


Prima Domenica di Quaresima

Condivido con voi un ricordo di quando, giovanissimo, per la prima volta a Roma visitai il Colosseo. Ripensai a quanto avevo studiato a scuola e con l’immaginazione ricostruii uno scenario forse visto in qualche film. Mi passò davanti la lotta tra gladiatori: amici/nemici che dovevano combattere per sopravvivere, mentre il pubblico, numerosissimo, come oggi negli stadi di calcio, rumoreggiava e faceva il tifo godendo nel vedere scorrere il sangue o le fiere che si accanivano sui corpi indifesi.

Meditando la Parola di questa prima domenica di Quaresima mi è ritornata questa immagine: un’arena posta nel deserto, senza pubblico, dove al centro ci sono Gesù e il demonio. Quest’ultimo, scrutando la debolezza di Gesù, dopo quaranta giorni di digiuno, pensa di poter prevalere e annientarlo usando l’arma della Parola di Dio. Parola che viene strumentalizzata a suo piacimento. Gesù non si lascia incantare da un suono che ben conosce: risponde con la stessa Parola liberante che aiuta l’uomo a sentirsi vero, amato.

Una lotta nell’arena del deserto quaresimale dove il “gladiatore diavolo” usa tutti i trucchi (attingendo alle armi dell’insegnamento di Dio) per lottare contro colui che, nella fragilità fisica dovuta al digiuno, considera Gesù gladiatore pronto a cedere le armi. Ma sono le medesime armi della Parola rivelata che stroncano sul nascere le velleità di vittoria.

Il linguaggio di Dio è uno solo: quello dell’amore. E l’amore è fecondità, vita, vittoria sull’inganno, desiderio del bene e non del possesso dell’altro.

La lotta nell’arena della storia personale è segnata spesso dal desiderio di soddisfare la carne. Gesù, in quanto uomo provato fisicamente, ne ha tanto bisogno: ha fame realmente! Vive la debolezza di un’umanità che in tante parti del mondo sperimenta quella fame che morde le viscere, nel mentre c’è un’altra parte di umanità che sperpera e non è mai contenta.

C’è fame di verità, di giustizia, di uguaglianza, di amore vero. L’inganno si nasconde dietro la stessa Parola che si annuncia, non perché la Parola inganna, ma perché a volte ci si serve della Parola per scopi personali, usando l’innocenza, deturpando l’amore, innalzando barriere, imprigionando l’umanità debole e ferita da ingiustizie e soprusi.

In quest’arena, dove la debolezza dell’uomo c’è tutta, Gesù si trova davanti colui che è caduto dal cielo e che, pur conoscendo Dio, è senza Dio: è vuoto! Parla con il linguaggio di Dio ma non da Dio! Ecco l’inganno!

Il male non molla. Incalza Gesù, fa di tutto per catechizzarlo e convincerlo ad abbandonarsi ai desideri della carne: debole e bisognoso di alimenti vitali, rischia di volgere lo sguardo su se stesso, cercando la gloria personale, e di mettersi al posto di Dio.

Gesù, al contrario, è pieno di Dio e volge lo sguardo verso di Lui. E chi volge lo sguardo verso Dio è capace di volgerlo verso il suo simile, segnato dal limite, dalle ferite della sua fragilità. E’ capace di condividere e di lottare fino a morire, pur di dare realmente da mangiare e restituirgli il potere della vita, adorando la santità di Colui che si è fatto cibo di vita eterna in un pezzetto di pane e in un sorso di vino.

Il demonio è un insoddisfatto, un individualista, un egoista, capace di strumentalizzare la debolezza dell’altro, di usarlo. Lo lascia in una aridità spirituale che lo porta inesorabilmente alla morte non solo del corpo ma anche dell’anima. Perde definitivamente il gusto e la gioia della speranza nella vita eterna.

Gesù, Parola che si è fatta carne, volge e va volgere lo sguardo verso Dio. Lui è la Via, la Verità e la Vita. Lui è la risurrezione, la vittoria sul male, sulla morte.


Seconda Domenica di Quaresima

Mi ha sempre affascinato la montagna. Abituato a vivere in riva al mare e godere della freschezza delle acque cristalline, comunque sono stato sempre attratto dalle cime dei monti della Sila che nitidamente guadavo, soprattutto innevate. Ogni volta che ne ho avuto occasione, ho goduto del fascino della montagna: fascino vissuto sulle cime delle Alpi, delle Dolomiti, delle Montagne Rocciose nel Colorado, sul Gran Sasso. Questa è la montagna che ho particolarmente amato e dove spesso sono tornato sperimentando la sfida dell’altezza, attraversando sentieri impervi.

Ogni volta che si arriva in cima, nel godere del panorama circostante, si dimentica la fatica, e, nonostante il fiatone, si respira quell’aria salubre che rinfranca.

Gesù spesso si ritira sul monte a pregare. Sente il bisogno di stare da solo con il Padre. Sale verso di Lui lasciandosi avvolgere dallo Spirito Santo e vivere la circolarità dell’amore trinitario.

La sua missione senza la comunione con il Padre e lo Spirito Santo risulterebbe centrata solo sulla sua persona, sul culto di sè e non di quel Dio Amore che lui è venuto a mostrarci, rivelandocelo.

Missione che i discepoli, nonostante vivano accanto a Lui e ricevano i suoi insegnamenti, non colgono. Si vantano di essere seguaci del Maestro ma non leggono in lui la presenza divina che rimanda a contemplare il volto del Padre. Contemplazione che cresce solo se si alimenta con la preghiera, stando con lui e ascoltando la voce dello Spirito.

I discepoli non sono stati di aiuto alla missione di Gesù, soprattutto nell’ora del Getsemani, quando il sonno li colse nel momento in cui avrebbero dovuto offrire maggiore vicinanza a Gesù che li supplicava di pregare e vegliare con lui.

Non possiamo capire il senso del vangelo della seconda Domenica di Quaresima, la trasfigurazione di Gesù, se non alla luce di questo cammino di fede. Un cammino in salita che, illuminato dalla Parola che si ascolta, ha bisogno di aprirsi al trascendente, per immergersi nella sua pienezza e gustare, come Gesù, la gioia dell’Amore trinitario.

La luce che avvolge Gesù, così come è descritta dall’evangelista, manifesta l’impossibilità di alcuno di parlare il linguaggio di Dio e agire da Dio se non entra in quella stessa luce nella quale sono entrati Mosè ed Elia.

È Gesù che conduce la Chiesa, rappresentata da Pietro, Giacomo e Giovanni, all’intimità con Dio. Un pastore, che sia Papa, Vescovo o Presbitero, non sarà mai fedele alla sua missione per la quale è stato scelto, se innanzitutto non vive l’intimità trinitaria entrando quotidianamente nella circolarità di questo amore. Non basta organizzare eventi, feste, pellegrinaggi, tavole rotonde, nemmeno catechesi e liturgie ben curate. Non siamo chiamati ad essere delle ONG, ma ospedali da campo (direbbe Papa Francesco). Se manca l’intimità con il trascendente tutto diventa inutile, nonostante lo sforzo di cercare quotidianamente il Dio Amore. L’umano prende il posto del divino e, più che rendere culto a Dio, si celebra il culto del consacrato.

Un fedele laico, papà, mamma, figlio, nella diversità professionale e vocazionale, non servirà mai da cristiano quanto quotidianamente vive, se non è animato dal desiderio di rimanere nel silenzio e nella luce di Dio. Nella famiglia, nella scuola, nella politica, in ogni settore del mondo del lavoro, si diventa incisivi e veri costruttori del bene comune nella misura in cui si sperimenta ogni giorno l’incontro con il totalmente Altro: Dio.

Non lasciamoci prendere dalla frenesia del fare, ma troviamo il tempo per contemplare tuffandoci nel silenzio di Dio. La vera carità che si esprime nella gratuità della donazione, mettendo da parte se stesso, è quella che mostra sul proprio volto, il Volto del Padre, l’agire di Cristo che vive in noi, la potenza dello Spirito Santo che rinnova la faccia della terra.

Salire sul monte significa salire verso Dio per stare con Lui e rivestirsi di Lui.

Scendere a valle, nella quotidianità, significa agire e operare secondo la logica dell’Amore di Dio che è relazione, circolarità, fecondità.


Terza Domenica di Quaresima

Anche questa domenica rimaniamo in alta quota. Dal Tabor della trasfigurazione di Gesù al monte del Sinai con il roveto ardente che brucia e non si consuma.

Come dimenticare la mia arrampicata lungo la dorsale del Sinai insieme ad un gruppo di pellegrini! Davvero molto faticosa ma, una volta in cima, che meraviglia!

Il sole stava per tramontare: celebrammo la messa su un altare di fortuna e, al momento della consacrazione, abbiamo risentito le parole che Dio disse a Mosè: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E così facemmo.

Mentre il sole ormai tramontava, sentivamo il calore di quel “Roveto” che ardeva nel nostro cuore. Ci avvolgeva il buio più denso, rischiarato dalle stelle che apparivano così vicine e luminose da avere la sensazione di poterle toccare. Mai visto uno scenario così bello e struggente.

La discesa, di notte, fu ardua, faticosa e rischiosa nonostante fossimo muniti di torce elettriche, ma la gioia era talmente grande che niente ci faceva paura. Quanto descritto nella prima lettura l’avevamo vissuto e, come Mosè, ci sentivamo inviati da Dio a scendere in mezzo al popolo per portare il suo annuncio di liberazione, di salvezza.

Scendemmo da 1500 mt a 1000 mt in pieno deserto, dove c’era il nostro albergo. La gioia era davvero tanta che nessuno voleva andare a letto nonostante l’ora tarda. Incontenibile era la voglia di rivivere e condividere quanto avevamo vissuto.

Anche in questa terza domenica di Quaresima salire e scendere comportano fatica, azioni ardue ma necessarie per arrivare a Dio: salire per stare con lui, riempirsi della sua Parola, della sua luce e calore e scendere a valle con una missione: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».

Dio non ha bisogno di uomini pii disincarnati dalla vita, dalla storia. Servono uomini di contemplazione ma pronti a tuffarsi, in quanto uomini, tra gli uomini bisognosi di essere sostenuti, illuminati, accompagnati, liberati dalla tante forme di schiavitù generate da interessi personali, da politiche di distinguo, da sentimenti di odio e di discriminazione.

Gesù nel Vangelo ci fa comprendere, attraverso questo meraviglioso insegnamento, che il Dio che lui è venuto a rivelarci non è quello che punisce. Che non ci sono gli eletti e gli infedeli, categorie culturali e religiose create da noi in base a particolari momenti storici e per convenienza. Gesù ricorda alcuni episodi drammatici della storia della salvezza: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Episodi che fanno ritornare ogni uomo con i piedi per terra: nessuno è migliore dell’altro. Dio è amore e non punisce nessuno. Le punizioni che notiamo non vengono da Lui: sono la logica conseguenza dei nostri errori, soprattutto quando ci ostiniamo a non riconoscerli. Diventiamo schiavi delle logiche del perbenismo religioso, del puritanesimo e del moralismo declamato, del giudizio ossessivo. Sono queste torri, progettate e costruite ad arte, che, come la storia insegna, un giorno rovineranno conseguentemente sugli uomini.

Dio, proprio perché è Amore, continua a donarci tempo. Tempo per ripensare la nostra vita, la nostra storia con gli altri. È questo il senso dello zappare e coltivare l’albero ancora per un anno. Si vedranno i frutti, si raccoglieranno e si gusteranno se, con pazienza e continuità, si andrà avanti: ciò che viene da Dio non può finire ma trova sempre terreno fertile nei cuori amanti della vita, dell’intera umanità, dell’ambiente. Capaci di soffrire, sacrificandosi per un bene più grande, con lo sguardo lungo, verso orizzonti senza confini.


Quarta Domenica di Quaresima

Si sperimenta la nostalgia di casa quando, per un motivo o per un altro, per decisione personale o se costretti dagli eventi, ci si trova lontano.

L’ho sperimentata anch’io in una situazione che mi ha fatto comprendere cosa significhi vivere lontano dalla propria terra. Ero partito per gli Stati Uniti e il Canada con una cinquantina di giovani per presentare un musical ai nostri emigrati. Un giorno andammo a pranzare in un ristorante vicino alle cascate del Niagara. Ci raggiunse una coppia del mio paese natio. Erano felici perché respiravano aria di casa: sembravano avvolti da una luce intensa che trasmetteva una gioia incontenibile. Parlammo di tutto: erano desiderosi di sapere notizie della nostra comunità. Quando giunse l’ora dei saluti, il loro volto si oscurò, la tristezza prese il posto della gioia, le guance si bagnarono di lacrime. Mi abbracciarono forte e la donna si allontanò singhiozzando.

Scene come queste si ripetono. La nostalgia dei propri luoghi, affetti, del comunicare nel proprio dialetto, del profumo di casa come il profumo del pane, si avverte in certi momenti, soprattutto quando si vive una situazione di solitudine.

Nel brano del vangelo di questa quarta Domenica di Quaresima ci troviamo di fronte a persone adulte: un padre e due figli. I giovani fratelli hanno ricevuto gli stessi insegnamenti e sono cresciuti tra gli stessi profumi, gustando i medesimi sapori. Hanno respirato la stessa aria e condiviso lo stesso amore paterno.

L’amore del padre verso il figlio più giovane è messo a dura prova nel momento in cui questi gli chiede di lasciarlo andare libero perché viva la sua vita. Ma il padre non smette di amarlo e riversa su di lui l’amore di sempre. Il figlio gli chiede molto, non ciò che gli potrebbe servire per vivere decentemente, ma tutto ciò che gli spetta: la metà dei beni: il padre accetta.

Il figlio maggiore sembrerebbe quello più bravo, perché obbediente. In realtà è opportunista. Approfitta dell’assenza del fratello per riempire con la sua presenza gli spazi di vita che appartenevano a colui che verrà chiamato “prodigo”. Si sente padrone assoluto ed erede di tutto. Tra le mura di casa, tra i beni, solo suoi, da cui è circondato, non coglie la vera gioia perché non apprezza la vicinanza del padre, il suo affetto, il suo amore. Tutto è scontato. È in casa ma è come se non ci fosse. Possiede ma non sa godere. Condivide ma solo con chi gli può dare altrettanto.

Eppure in quella casa circola più di prima l’amore perché c’è un padre che vive l’attesa del ritorno del figlio minore. Colui che sembra il figlio più bravo, non riesce a condividere il forte desiderio d’amore del padre. Per lui sono importanti i capretti allo spiedo e le feste da vivere con gli amici. Non coglie e non sente nel suo animo la nostalgia di quel vuoto che ha lasciato il fratello più piccolo. Sta bene senza di lui. Il ritorno a casa del fratello minore lo indigna e non coglie la supplica del padre perché si unisca a loro a godere dell’armonia riconquistata per il fratello ritrovato, animo ferito e ora finalmente sanato e a respirare l’alito di vita nuova che riempie la casa.

Mi sono soffermato principalmente sul fratello maggiore che di solito viene preso poco in considerazione per dare una lettura più ampia della nostalgia di casa che diventa nostalgia di Dio.

Il padre è Dio Padre. I due figli siamo noi con le nostre manie, i nostri progetti e i desideri. Figli capaci di dividersi, allontanandosi fisicamente e spiritualmente.

Ciò che la parabola ci insegna si può così sintetizzare: non si può fare a meno del Padre, di Dio. Non si può fare a meno della casa, la Chiesa. Non possiamo pensare di parlare a nome di Dio e gestire gli spazi della Chiesa solo perché preghiamo con le labbra ma non abbiamo la conversione dei cuori. La Chiesa non è nostra proprietà.

Ciò che siamo chiamati a desiderare, sia che siamo prodighi che ritornano o zelanti capricciosi, è di stare accanto al Padre per sentire il calore del suo amore, la gioia del perdono, il respiro del divino. Solo con questo anelito, decolliamo come su ali d’aquila verso spazi infiniti, oltre le cime più alte, navigando, senza paura, oceani in tempesta e planando tra astri pieni di luce che indicano l’unico sole che sorge: Gesù Cristo, colui che illumina ogni vita.

La misericordia di Dio Padre si coglie, ancor prima che nell’abbraccio, nella forza dirompente del correre incontro al giovane figlio che da lontano vede ritornare pieno di paura. Con la stessa forza e lo stesso amore di Padre rincorre il figlio più grande che vede allontanarsi, pieno di sdegno, per l’accoglienza festosa del fratello.


Quinta Domenica di Quaresima

Non è difficile che noi uomini non accettiamo l’altro e gli puntiamo il dito contro in segno di rimprovero. Una sfida? Una minaccia? Succede un po’ a tutti, soprattutto a noi meridionali abituati a parlare anche con i gesti, gesti che a volte sono più chiari delle parole. E succede anche nella Chiesa, quando noi predicatori della Parola, solleviamo la mano e puntiamo il dito, presi dalla foga del parlare. A volte il tono risulta minaccioso con il sapore dell’accusa. Non dimenticherò mai il dolore che provai in una concelebrazione, al momento della comunione, quando il parroco, apostrofando in malo modo una donna, le impedì di fare la comunione perché non si era confessata.  Con tono sprezzante, la mandò da me perché si confessasse. Dovetti consolarla e incoraggiarla e, mentre piangeva, coglievo il dolore di quel cuore ferito e umiliato davanti a centinaia di persone.

Nel brano del vangelo di questa quinta Domenica di Quaresima sono tante le dita che si agitano in modo violento, sprezzante, in nome di una giustizia senza misericordia di un Dio che, spesso, si nomina ma di cui si sente poco la presenza.

Al centro della scena c’è una donna, peccatrice, adultera, sorpresa mentre consumava il peccato. È circondata da uomini che agitano le dita, avendo probabilmente, peccato anche loro. Si odono anche grida di donne scandalizzate, isteriche, pronte a vendicarsi, perché tradite dai loro mariti: finalmente si possono vendicare!

Possiamo immaginare quanti sputi, frasi di disprezzo, spintoni, calci e schiaffi abbia subito mentre veniva condotta nel Tempio, dove Gesù si trovava a pregare e meditare la Parola. Improvvisamente gli schiamazzi, le urla, il desiderio di vendetta si insinuano nel silenzio di Dio, dove Gesù, senza proferire parola, fa parlare la Parola, usando lo stesso dito degli uomini ma in un modo diverso.

Il dito ci rimanda all’inizio della vita, raccontato nel libro della Genesi, quando Dio, con le sue mani, impastò la terra e creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Gli diede la sua stessa dignità. Ma ci rimanda anche a quello di Dio che sul Sinai, impresse nella roccia i Dieci Comandamenti, consegnandoli a Mosè. In questo episodio del Vangelo odierno il dito di Gesù è rivolto ancora una volta verso la terra, come all’inizio della creazione. Gesto che mi stimola questa riflessione: Dio riscrive la storia umana perché ogni uomo ritrovi la sua dignità perduta, rivestendolo della sua divinità. Allo stesso modo, quel dito che scrive per terra, traccia le fragilità comuni ad ogni uomo. È un dito di artista che plasma e rifinisce i lineamenti, i contorni, così come è capace di fare solo un grande pittore come Giotto, di cui ammiriamo le opere nella Basilica Superiore di Assisi o il grande Michelangelo, del quale contempliamo l’inimitabile e perfetta statua della Pietà o l’impareggiabile Cappella Sistina!

Il dito dell’artista è capace di esprimere la bellezza “copiando” l’opera mirabile e inimitabile di Dio. Il Dito di Dio scrive pagine nuove di storia che aprono e costruiscono il futuro. Ce lo ricorda Isaia nella prima lettura, quando dice: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi».

Il Dio con noi è colui che si piega verso di noi, pronto sempre a curare le nostre ferite e a difenderci dagli indici velenosi di quanti sono desiderosi di soddisfare la propria rabbia giustizionalista.

È il Dio che ci copre, come una mamma, con il manto di misericordia, cura le ferite con l’olio della consolazione, guarisce con il vino dell’esultanza. Gesù è questo Dio di cui tanto parlano scribi e farisei ma che non sanno chi sia perché non l’hanno mai incontrato: non parlano e agiscono da Dio.

«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Questa semplice frase mette a nudo quanto lontano sia il mondo di Dio da quello degli uomini, soprattutto quando questi pensano di agire da Dio!

La conclusione del vangelo, dopo che gli uomini, uno dopo l’altro, se ne vanno via, è davvero sublime: il cielo ritorna sulla terra, il sole risplende sul volto della donna, le stelle le fanno corona, la luna illumina le sue notti. È la potenza dell’amore di Dio, della sua misericordia che, come dice Papa Francesco, non si stanca mai di perdonare: “Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».


Domenica delle Palme

SANTA MESSA PRESSO LA “FERROSUD”

Oggi in tutta la Chiesa si celebra la “Domenica delle Palme”. Sarebbe meglio dire: l’ingresso a Gerusalemme di Gesù, che, tra ali festanti, va incontro alla morte.

Diamo inizio alla “Settimana Santa”, la più importante di tutto l’anno, che ci porterà alla Pasqua: vittoria di Cristo sulla morte, attraverso la sua risurrezione.

Quest’anno ho scelto di stare in mezzo voi, operai della “FerroSud”, alle vostre famiglie, all’Amministratore Delegato, al Direttore Tecnico, rinunciando di celebrare nella Cattedrale di Matera. Idealmente, questi capannoni, nei quali hanno lavorato fino a 800 operai, oggi, attraverso la presenza del vescovo, sono la Cattedrale, gremita da tutti voi e dalle vostre famiglie.

Ringrazio anche Don Filippo Lombardi, Direttore dell’Ufficio della Pastorale sociale e del lavoro, per la sua presenza e per l’impegno nel preparare con voi questa celebrazione.

Con voi e simbolicamente con tutto il mondo del lavoro, desidero accogliere Gesù che entra in questi luoghi di dedizione, di impegno, di sofferenza, di preoccupazioni e apprensione per il futuro. Gerusalemme non è solo una città. È il luogo dove gli uomini si ritrovano insieme, provenienti da ogni dove, per celebrare la Pasqua e rileggere la propria storia con lo sguardo al futuro. Uomini che agiscono e operano, capaci di progettare una umanità nuova. Quindi Gerusalemme è anche questa azienda, come tutte le altre sparse sul territorio materano.

In questa Gerusalemme si fa festa con i rami d’ulivo e le palme per accogliere Gesù e per dire che non ci rassegniamo a nessun tipo di morte. Anche se la morte spesso è causata dagli uomini stessi. Nel Vangelo abbiamo sentito che la medesima folla che accolse Gesù osannandolo, dopo non molto tempo invoca la sua condanna a morte.

È esattamente quello che non vogliamo. Celebrare qui questa solennità significa riflettere e pensare quanto ognuno di noi è chiamato a sentirsi responsabile della vita dell’altro e non solo della propria.

Le ingiustizie subite da Gesù, per amore del suo popolo, potrebbero essere quelle subite da ognuno di voi, così come la determinazione di portare una croce che, come al Cireneo, è stata posta sulle vostre spalle. Un peso che non è facile sostenere e che in alcuni momenti esaspera gli animi, suscitando moti di ribellione.

Voi, operai della FerroSud, siete chiamati ad essere per tutto il mondo del lavoro che soffre a causa della precarietà, forza trainante che con determinazione e coraggio sostenga quanti stanno rischiando di perdere il lavoro o non riescono a trovarne uno che permetta di vivere dignitosamente. Novelli Cirenei.

La dignità dell’uomo Gesù Cristo è calpestata, spogliata, crocifissa. Eppure da questa immensa ingiustizia inizia una storia nuova. Quando tutto sembra finito, ecco che nasce l’alba della vittoria della vita sulla morte. Non può finire tutto nel chiuso di una tomba. Non può finire la storia di questa fabbrica o di altre, serrando i cancelli che chiudono ad una vita dignitosa.

Noi siamo fiduciosi, e mi pare di aver capito che in tal senso i Dirigenti si stanno adoperando, che qui in questa Gerusalemme, la pietra tombale venga rimossa perché la speranza non si spenga e si alimenti con l’olio di una progettualità concreta, capace di effetti benéfici non solo per questa azienda ma per l’intera collettività.

Celebrare la Domenica delle Palme è tutto questo. Celebrare la Pasqua significa risorgere. Ma il termine Pasqua vuol dire “passaggio”. Si, ci auguriamo dal profondo del cuore che questo passaggio avvenga: passaggio dalla paura alla gioia, dallo sconforto alla certezza di vivere l’oggi della vita che è l’oggi di Dio, dalla chiusura della tomba (chiusura dei cancelli) all’apertura di nuove prospettive che allarghino gli orizzonti della stabilità, vincendo la logica della precarietà.

Auguro a tutti voi, operai di questa industria e a tutti coloro che vivono l’apprensione del futuro in altre piccole o grandi aziende, di trovare in voi stessi la certezza che non siete soli: Cristo è dalla parte dei bisognosi e la Chiesa non può e non deve tradire Cristo.

Auguro a tutti voi, dirigenti e responsabili di questa attività lavorativa o di altre, di continuare a lottare e progettare per il bene dei lavoratori. So che state facendo tanto: continuate a seminare concretamente speranza. Prima del profitto viene la promozione dell’uomo nella sua dignità.

Affido tutti voi presenti, le vostre famiglie e il mondo del lavoro, alla protezione della Madonna della Bruna e vi benedico.