Martedì 19 Marzo 2019 San Giuseppe

Meditazioni dell’Arcivescovo per le Domeniche di Quaresima

Prima Domenica di Quaresima

Condivido con voi un ricordo di quando, giovanissimo, per la prima volta a Roma visitai il Colosseo. Ripensai a quanto avevo studiato a scuola e con l’immaginazione ricostruii uno scenario forse visto in qualche film. Mi passò davanti la lotta tra gladiatori: amici/nemici che dovevano combattere per sopravvivere, mentre il pubblico, numerosissimo, come oggi negli stadi di calcio, rumoreggiava e faceva il tifo godendo nel vedere scorrere il sangue o le fiere che si accanivano sui corpi indifesi.

Meditando la Parola di questa prima domenica di Quaresima mi è ritornata questa immagine: un’arena posta nel deserto, senza pubblico, dove al centro ci sono Gesù e il demonio. Quest’ultimo, scrutando la debolezza di Gesù, dopo quaranta giorni di digiuno, pensa di poter prevalere e annientarlo usando l’arma della Parola di Dio. Parola che viene strumentalizzata a suo piacimento. Gesù non si lascia incantare da un suono che ben conosce: risponde con la stessa Parola liberante che aiuta l’uomo a sentirsi vero, amato.

Una lotta nell’arena del deserto quaresimale dove il “gladiatore diavolo” usa tutti i trucchi (attingendo alle armi dell’insegnamento di Dio) per lottare contro colui che, nella fragilità fisica dovuta al digiuno, considera Gesù gladiatore pronto a cedere le armi. Ma sono le medesime armi della Parola rivelata che stroncano sul nascere le velleità di vittoria.

Il linguaggio di Dio è uno solo: quello dell’amore. E l’amore è fecondità, vita, vittoria sull’inganno, desiderio del bene e non del possesso dell’altro.

La lotta nell’arena della storia personale è segnata spesso dal desiderio di soddisfare la carne. Gesù, in quanto uomo provato fisicamente, ne ha tanto bisogno: ha fame realmente! Vive la debolezza di un’umanità che in tante parti del mondo sperimenta quella fame che morde le viscere, nel mentre c’è un’altra parte di umanità che sperpera e non è mai contenta.

C’è fame di verità, di giustizia, di uguaglianza, di amore vero. L’inganno si nasconde dietro la stessa Parola che si annuncia, non perché la Parola inganna, ma perché a volte ci si serve della Parola per scopi personali, usando l’innocenza, deturpando l’amore, innalzando barriere, imprigionando l’umanità debole e ferita da ingiustizie e soprusi.

In quest’arena, dove la debolezza dell’uomo c’è tutta, Gesù si trova davanti colui che è caduto dal cielo e che, pur conoscendo Dio, è senza Dio: è vuoto! Parla con il linguaggio di Dio ma non da Dio! Ecco l’inganno!

Il male non molla. Incalza Gesù, fa di tutto per catechizzarlo e convincerlo ad abbandonarsi ai desideri della carne: debole e bisognoso di alimenti vitali, rischia di volgere lo sguardo su se stesso, cercando la gloria personale, e di mettersi al posto di Dio.

Gesù, al contrario, è pieno di Dio e volge lo sguardo verso di Lui. E chi volge lo sguardo verso Dio è capace di volgerlo verso il suo simile, segnato dal limite, dalle ferite della sua fragilità. È capace di condividere e di lottare fino a morire, pur di dare realmente da mangiare e restituirgli il potere della vita, adorando la santità di Colui che si è fatto cibo di vita eterna in un pezzetto di pane e in un sorso di vino.

Il demonio è un insoddisfatto, un individualista, un egoista, capace di strumentalizzare la debolezza dell’altro, di usarlo. Lo lascia in una aridità spirituale che lo porta inesorabilmente alla morte non solo del corpo ma anche dell’anima. Perde definitivamente il gusto e la gioia della speranza nella vita eterna.

Gesù, Parola che si è fatta carne, volge e fa volgere lo sguardo verso Dio. Lui è la Via, la Verità e la Vita. Lui è la risurrezione, la vittoria sul male, sulla morte.


Seconda Domenica di Quaresima

Mi ha sempre affascinato la montagna. Abituato a vivere in riva al mare e godere della freschezza delle acque cristalline, comunque sono stato sempre attratto dalle cime dei monti della Sila che nitidamente guardavo, soprattutto innevate. Ogni volta che ne ho avuto occasione, ho goduto del fascino della montagna: fascino vissuto sulle cime delle Alpi, delle Dolomiti, delle Montagne Rocciose nel Colorado, sul Gran Sasso. Questa è la montagna che ho particolarmente amato e dove spesso sono tornato sperimentando la sfida dell’altezza, attraversando sentieri impervi.

Ogni volta che si arriva in cima, nel godere del panorama circostante, si dimentica la fatica, e, nonostante il fiatone, si respira quell’aria salubre che rinfranca.

Gesù spesso si ritira sul monte a pregare. Sente il bisogno di stare da solo con il Padre. Sale verso di Lui lasciandosi avvolgere dallo Spirito Santo e vivere la circolarità dell’amore trinitario.

La sua missione senza la comunione con il Padre e lo Spirito Santo risulterebbe centrata solo sulla sua persona, sul culto di sé e non di quel Dio Amore che lui è venuto a mostrarci, rivelandocelo.

Missione che i discepoli, nonostante vivano accanto a Lui e ricevano i suoi insegnamenti, non colgono. Si vantano di essere seguaci del Maestro ma non leggono in lui la presenza divina che rimanda a contemplare il volto del Padre. Contemplazione che cresce solo se si alimenta con la preghiera, stando con lui e ascoltando la voce dello Spirito.

I discepoli non sono stati di aiuto alla missione di Gesù, soprattutto nell’ora del Getsemani, quando il sonno li colse nel momento in cui avrebbero dovuto offrire maggiore vicinanza a Gesù che li supplicava di pregare e vegliare con lui.

Non possiamo capire il senso del vangelo della seconda Domenica di Quaresima, la trasfigurazione di Gesù, se non alla luce di questo cammino di fede. Un cammino in salita che, illuminato dalla Parola che si ascolta, ha bisogno di aprirsi al trascendente, per immergersi nella sua pienezza e gustare, come Gesù, la gioia dell’Amore trinitario.

La luce che avvolge Gesù, così come è descritta dall’evangelista, manifesta l’impossibilità di alcuno di parlare il linguaggio di Dio e agire da Dio se non entra in quella stessa luce nella quale sono entrati Mosè ed Elia.

È Gesù che conduce la Chiesa, rappresentata da Pietro, Giacomo e Giovanni, all’intimità con Dio. Un pastore, che sia Papa, Vescovo o Presbitero, non sarà mai fedele alla sua missione per la quale è stato scelto, se innanzitutto non vive l’intimità trinitaria entrando quotidianamente nella circolarità di questo amore. Non basta organizzare eventi, feste, pellegrinaggi, tavole rotonde, nemmeno catechesi e liturgie ben curate. Non siamo chiamati ad essere delle ONG, ma ospedali da campo (direbbe Papa Francesco). Se manca l’intimità con il trascendente tutto diventa inutile, nonostante lo sforzo di cercare quotidianamente il Dio Amore. L’umano prende il posto del divino e, più che rendere culto a Dio, si celebra il culto del consacrato.

Un fedele laico, papà, mamma, figlio, nella diversità professionale e vocazionale, non servirà mai da cristiano quanto quotidianamente vive, se non è animato dal desiderio di rimanere nel silenzio e nella luce di Dio. Nella famiglia, nella scuola, nella politica, in ogni settore del mondo del lavoro, si diventa incisivi e veri costruttori del bene comune nella misura in cui si sperimenta ogni giorno l’incontro con il totalmente Altro: Dio.

Non lasciamoci prendere dalla frenesia del fare, ma troviamo il tempo per contemplare tuffandoci nel silenzio di Dio. La vera carità che si esprime nella gratuità della donazione, mettendo da parte se stesso, è quella che mostra sul proprio volto, il Volto del Padre, l’agire di Cristo che vive in noi, la potenza dello Spirito Santo che rinnova la faccia della terra.

Salire sul monte significa salire verso Dio per stare con Lui e rivestirsi di Lui.

Scendere a valle, nella quotidianità, significa agire e operare secondo la logica dell’Amore di Dio che è relazione, circolarità, fecondità.