Domenica 19 Maggio 2019 V Domenica di Pasqua

Omelia nella Celebrazione Eucaristica del giorno di Pasqua

 

Carissimi fratelli e sorelle, voi tutti che ci seguite da casa attraverso il servizio di TRM, autorità presenti, confratelli nel sacerdozio, Diaconi, religiose, fratelli della casa circondariale di Matera dove stamattina alle 9.00 ho celebrato la Santa Messa e che in questo momento mi state ascoltando, Santa Pasqua a tutti!

Come abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo”.

La Chiesa da sempre ha affidato ai segni e ai gesti, che comunicano più delle parole, i contenuti biblici e teologici. C’è una teologia che si studia e si insegna dalle cattedre e c’è una teologia più familiare con il sapore e il gusto che i nostri cari riuscivano a trasmetterci attraverso gesti, luoghi e dolci.

Da piccoli, per esempio, abbiamo imparato che il lunedì dopo Pasqua, dell’Angelo, si andava “a passare l’acqua” come famiglia o più famiglie insieme. Terminologia che pian piano si è trasformata in “pasquetta” fino ad assumere il significato di “scampagnata” tra gruppi di amici.

Eppure in quell’espressione “passare l’acqua” c’è il richiamo forte al senso vero della Pasqua. Noi ragazzi, non vedevamo l’ora di partire con il carretto ed arrivare in piena campagna. Contatto con la natura che, nel tempo pasquale, esplode di vita, i colori si intrecciano in un ricamo magistrale, le spighe di grano incominciano a far capolino, con il canto degli uccelli come melodia di uno spartito non scritta da mani d’uomo.

La vita che esplode anche là dove noi uomini siamo capaci di procurare morte attraverso rifiuti di ogni genere: la vita che esce dal ventre della terra è più forte della morte che spesso si semina. La terra fecondata dall’acqua piovuta dal cielo si gonfia fino a far sentire il gemito di vita cullato dal vento che spira sui campi di grano fino a formare come delle onde leggere e soavi.

E noi ragazzi a ricercare un piccolo corso d’acqua o una pozzanghera. Bisognava saltare da una parte all’altra. Non a caso la domanda che alla fine veniva fatta era questa: “hai passato l’acqua?” Bisognava necessariamente trovare questa fonte d’acqua e fare questo passaggio per non tornare a casa senza aver compiuto questo gesto essenziale.

Questo salto, ci veniva spiegato, ci ricorda che la Pasqua è passaggio da una forma di vita a un’altra. È un salto che ci proietta verso una vita più bella. L’acqua ci ricorda il passaggio del Mar Rosso, ma ci rimanda direttamente al nostro Battesimo, l’inizio della vita nuova che ci ha fatti diventare figli di Dio.

Un altro segno tipico delle nostre terre è il dolce di Pasqua, chiamato la pannarella, in dialetto “Pannarèdd”, è il più classico dei dolci materani tipici della Pasqua. Ha la forma di un cestino (che in dialetto si dice appunto “Panàr”), ma anche quella di gallina per le bambine e di cavallo per i bambini. La caratteristica fondamentale è l’uovo che viene posto al centro del dolce fatto cuocere nel forno. Quest’uovo vuole indicare la Resurrezione di Gesù Cristo.

Passare l’acqua senza il “Pannarèdd” non è Pasqua! Chi in realtà passa è proprio Gesù che vince la morte risuscitando.

Nella prima lettura che è stata proclamata S. Pietro sintetizza il senso e il significato della Pasqua che noi celebriamo con queste parole: “Essi (i Giudei) lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. (Gesù) ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio”.

Il brano del vangelo mi riporta all’immagine iniziale del movimento pasquale delle famiglie. Immagino anche tra i nostri Sassi, di buon mattino, movimenti di muli, carretti, schiamazzi di bambini in festa per questo uscire insieme in campagna. Un andare che faceva incontrare tanti amici, vicini, parenti, coscienti tutti quanti che non c’è una tomba da visitare o un corpo morto sul quale piangere. C’è solo il profumo dell’amore che si sente nell’aria che riempie la vita.

Maria di Magdala, come le altre donne, dovevano profumare con gli aromi il corpo di Cristo. Ma quel corpo era stato già riempito del profumo di Dio. L’amore non può essere sepolto e non può rimanere nella tomba. La forza e la potenza dell’amore sbriciolano le resistenze tombali di quanti vorrebbero soffocare la vita, di coloro che si sentono padroni della vita degli altri sfruttando le loro debolezze, di quanti seminano paura e terrore attraverso ricatti violenti.

Non è possibile chiudere o soffocare l’amore. Gesù è morto e risuscitato per liberare l’amore dal servilismo, dall’uso e getta di una cultura che tenta di limitarlo al semplice godimento. Non è possibile trattenere la forza dell’amore creativo che rimanda all’inizio della creazione. Si, l’amore crea, risorge sempre, esprime la fecondità della vita che si dilata oltre il dolore, oltre le ingiustizie, oltre il sangue versato.

Una storia che Maria Maddalena trasmette ai discepoli e che Pietro e Giovanni accolgono perplessi ma nello stesso tempo sentono di essere attratti da quell’amore divino che li ha posseduti. Corrono verso il luogo della morte che odora di vita. Toccano con mano i segni della vittoria del Maestro, si riempiono gli occhi di luce divina, sentono nel petto che il cuore arde intensamente perché chiamati ad essere annunciatori dell’avvenimento più grande e straordinario che ci sia mai stato nella storia umana che diventa compimento della storia della salvezza.

Il correre della Maddalena, di Pietro e Giovanni, diventa quello delle nostre famiglie tra i prati e dirupi della Murgia, dimentichi dei torti e delle miserie umane e ricchi, per questo giorno pasquale, di gioia, di pace, di armonia, di condivisione.

È la Pasqua del Signore che diventa già la nostra Pasqua nell’attesa della sua venuta, come diciamo nella liturgia eucaristica.

Oggi c’è bisogno di correre portando lo stesso odore dell’amore nei luoghi dove sembrerebbe che le tenebre prendano il sopravvento sulla luce, le pietre tombali sull’armonia familiare, sulla vita che con tanta difficoltà viene fatta nascere e spesso annientata.

C’è bisogno di entrare nei luoghi della solitudine e di sofferenza (case per anziani e ospedali) facendo toccare con mano che Cristo è realmente risorto con gesti concreti che riempiono quei vuoti di vita, di luce quel buio di morte interiore.

C’è bisogno di entrare nelle aziende dove i cancelli rischiano di essere serrati chiudendo così la speranza di tante famiglie che vivono l’apprensione per il loro futuro. Lo stare accanto e camminare insieme per difendere ciò che è sacrosanto: il diritto al lavoro! Pasqua significa che Cristo vuole spalancare la speranza contro ogni forma di progettualità che non sia seria e duratura.

C’è bisogno di entrare nei luoghi dove la speranza non muore perché non può e non deve morire. In quelle case famiglia dove l’amore diventa passione per l’altro; nelle case di recupero per tossicodipendenti dove la fragranza della vita è più forte di qualsiasi fetore di morte.

C’è bisogno di entrare in quelle mense sempre aperte per trovare un posto e un pasto caldo, dove i volti s’incontrano scoprendo di essere tutti parte della stessa umanità oltre il colore, la razza, la religione. Mense dalle porte sempre aperte perché la forza dell’amore disubbidisce a chi vorrebbe chiuderle.

C’è bisogno di fare meno pubblicità e correre di più per portare il lieto annunzio della Risurrezione che si trasmette per contatto e non a forza di parole spesso e volentieri blaterate inopportunamente.

C’è tanto bisogno di questo profumo. Il Vangelo di oggi conclude con questa descrizione: “Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.

Tutto nella tomba è ritornato ordinato: i teli, il sudario, avvolti e piegati. Non ha più l’aspetto di un luogo di morte, c’è solo essenza di vita da respirare e che rianima quanti si lasciano attrarre per uscire all’alba di una nuova giornata e scorgere che anche oggi la luce sta vincendo le tenebre, i colori dei prati diventano sempre più intensi, il sole che sorge si alza nel cielo e il suo calore riscalda l’armonia della vita.

Celebrare la Pasqua, allora, vuol dire “passare l’acqua”, mangiare il “Pannarèdd” con l’uovo della Risurrezione e sentire dentro la forza della vita che ci mette in movimento facendoci entrare in tutti i luoghi dove l’umanità viene mortificata, ma anche dove la stessa umanità viene promossa e fatta crescere dalla tempistica dell’amore che non ha frontiere.

Auguri a tutti, carissimi! Cristo è risorto! È veramente risorto!