Mercoledì 16 Ottobre 2019 Santa Margherita Maria Alacoque

Omelia dell’Arcivescovo nella Santa Messa della XXVII Domenica del tempo ordinario

 

Parrocchia S. Giovanni Battista – Matera

Carissimi Fratelli e sorelle, voi tutti telespettatori, alla luce della Parola appena ascoltata, riflettiamo sulla nostra fede, confrontandoci con l’atteggiamento dei discepoli e con quanto Gesù chiede.
I discepoli, nell’ascoltare e seguire il Maestro, si rendono sempre più conto che il cammino da lui tracciato per loro non è semplice.
Nei versetti precedenti Gesù puntualizza quale debba essere l’atteggiamento di attenzione verso i più piccoli, di riconciliazione con i più deboli della comunità, attraverso non un semplice perdono ma un recupero vero e proprio di ogni fratello e sorella. Rapporti umani che vanno consolidati, steccati e muri che vanno abbattuti, condivisione di spazi che vanno allargati, amore che come cerchi concentrici si dilata.
La fede di Gesù esce dalla sfera intimista che dimentica o trascura la proiezione sociale dell’uomo, tesa alla solidarietà con quelli che soffrono e all’impegno, non ideologico bensì evangelico, con i più poveri. La fede che Gesù chiede è esigente: rompe ogni schema religioso fatto di ricerca del divino in forma consolatoria o magica. La fede, direbbe Benedetto XVI, non è un’idea ma la vita.
La vita è relazione, contatto, intimità. Così è con il Dio di Gesù Cristo. Non un rapporto astratto, fatto di formule prestabilite che non coinvolgono, ma profondo. Un rapporto frontale che consente di gustarne la presenza, di riempirsi gli occhi e il cuore, di essere azione al suo servizio. E’ la forza dell’amore che fa innamorare della vita, davanti alla quale ci si inchina per allontanare il fetore della morte.
Da questa intimità nasce la fecondità che dilata gli orizzonti del vivere quotidiano fatto di incontri, scontri, gioie e dolori a volte insopportabili.
Una fede vissuta nello spazio del proprio mondo e nel chiuso della propria solitudine muore sul nascere, marcisce senza dare frutto. Quando invece diventa apertura, relazione, creando comunità che non esclude nessuno, c’è nascita di vita nuova. E’ la storia del seme che muore e marcisce per dare frutto e diventare nutrimento per altre vite.
I discepoli scoprono di non essere in grado di rispondere alle attese. Si sentono incapaci, impotenti e impauriti, di fronte a quanto Gesù insegna. Pensano che basti chiedere semplicemente: “Aumenta la nostra fede”. Ma la fede non deriva da una richiesta bensì dall’ascolto. Anche nel rapporto tra fidanzati, coniugi, amici, genitori e figli, la fede riposta nell’altro s’intensifica e cresce se si è capaci di ascoltare. Nel rapporto con Dio, la fede cresce, anche quanto un granello di senapa, se si è capaci di ascoltare la sua voce, meditarla, farla propria, credendo incondizionatamente a quanto ci dice.
Non è forse quanto abbiamo sentito nel Salmo proclamato? E’ stato detto: Se ascoltate oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Ora, se la fede si trasmette per contatto, tutti abbiamo bisogno di testimoni che la trasmettano non con manifestazioni o ostentazioni fideiste di simboli religiosi, ma con una vita che parla mostrando il volto bello di una Chiesa che ama, perdona, accoglie, si fa prossimo, semina la pace, rinsalda la comunione fraterna, fino a dire al gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Perché il gelso? E’ un albero che può vivere anche seicento anni. Le sue radici vanno molto in profondità, non sono superficiali, per cui riesce difficile sradicarlo.
Ma è ancor più incredibile che un gelso possa trovare vita nel mare: immagine paradossale che mette in evidenza che niente è impossibile ad una fede autentica, anche se molto piccola. Fede che presuppone un atteggiamento di apertura di chi si affida totalmente a Dio. «È necessario che essa abbandoni l’idea di una Chiesa che produce se stessa e far risaltare che la Chiesa diventa comunità nella comunione del corpo di Cristo. Essa deve introdurre all’incontro con Gesù Cristo e portare alla Sua presenza nel sacramento» (Benedetto XVI).
Una Chiesa che non cerchi onori e titoli ma che, come un granello di senapa, sia capace di mostrare la grandezza del Regno di Dio. Non so quanti hanno avuto modo di vedere questo tipo di seme: piccolissimo, quasi invisibile. Eppure una volta che viene seminato nel terreno ha una crescita molto più veloce di qualsiasi altra pianta e raggiunge nel giro di un anno anche i quattro metri. Non è importante l’apparenza, a volte insignificante: il seme si trasforma in pianta che stende i suoi rami fino a diventare luogo di riposo, di ristoro per tante specie animali, soprattutto volatili.
La fede sfida l’impossibile perché chi la possiede sa di poter contare non solo sulle proprie forze, veramente minime, ma su quelle di un Altro: Dio, l’immenso, l’Onnipotente. Quando si è posseduti dalla potenza dell’amore divino tutto si trasforma in vita. Quando ci si lascia soffocare dal dolore, dalle delusioni, dalle ingiustizie, tutto diventa insignificante, ogni lacrima diventa fango, ogni sospiro alito di morte.
Non a caso S. Paolo, nella seconda lettura, ci diceva che “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”.
Aver fede significa fare un percorso interiore che porti a diventare disponibili a Dio. E’ attraverso l’ascolto della sua Parola che si viene trasformati. Una Parola che si fa carne e che ha bisogno dell’uomo perché diventi servizio senza riserve. Attraverso la fede conosciamo la Sua volontà tesa al nostro bene e a quello degli altri.
A volte, di fronte alla constatazione dei nostri limiti e delle fragilità, rimaniamo bloccati e inermi. Pensiamo di non essere in grado di portare a termine una missione per nulla facile e per nulla scontata. Solo la forza dell’amore che continua ad essere seminato in ognuno di noi sacramentalmente, per mezzo della Chiesa, ci ridona la gioia di risentire la forza della vita che trascina oltre il limite, oltre le fragilità.
Di fronte alle ingiustizie quotidiane alle quali assistiamo come spettatori spesso attoniti e senza parole, al disprezzo della vita annientata, venduta, schiavizzata, alla morte feroce e assurda efferata, come quella dei due giovani poliziotti Pierluigi e Matteo, nella caserma di Trieste, anche noi gridiamo a Dio con il profeta Baruc: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”.
Di fronte agli scandali che a volte vengono denunciati nella Chiesa stessa, si rimane disorientati, provando un senso di vergogna. Proprio in questi momenti l’uomo di fede capisce che Dio ci mette di fronte alle nostre responsabilità attraverso un impegno costante, in un cammino più profondo di conversione e purificazione, per ritrovare quel volto umano smarrito a causa di interessi economici mafiosi, di cordata, di pseudo religioni che nulla hanno a che fare con il sacro, di partito.
Impariamo a servire Dio negli uomini di questo tempo affinchè lui agisca, parli, operi attraverso di noi. Questo è l’inutile servizio che ci rende liberi perché agiamo nella storia che diventa storia della salvezza oggi, quì.
Facciamo nostre, allora, le parole di S. Paolo: “non ho di che vantarmi se annuncio il vangelo; è un dovere questo che mi è imposto, e guai a me se non predicassi” (1Cor 9,16) e supplichiamo la Madonna di Pompei perché preghi per noi e con noi. Così sia.