Martedì 12 Novembre 2019 San Giosafat, vescovo e martire

Omelia nella Santa Messa della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

13-10-2019

Anche questa domenica il Vangelo che è stato proclamato ci presenta Gesù che cammina insieme ai suoi discepoli. Un camminare che lo porta ad attraversare regioni come la Samaria, la Galilea fino ad arrivare in Giudea. Entra in diverse città e villaggi, incontra gli abitanti di ogni ceto sociale, visita e apprezza quanto gli sta intorno, si ferma a riposare, gusta i cibi del luogo, parla e dialoga con tutte le culture e tradizioni locali, si intrattiene con tutti ma predilige quelli considerati ultimi dalla società.
E’ il caso di oggi: dieci lebbrosi che nessuno voleva accanto, lasciati vagare lontano da ogni centro abitato, senza poter avere contatti con altri esseri umani, perché immondi.
Per usare una terminologia che in questo momento storico per la nostra Chiesa ci appartiene, possiamo dire che Gesù con i suoi discepoli è in perenne Sinodo. Cammina con loro e con loro si cala in mezzo agli uomini, nelle loro realtà di disagio, di sofferenza, di attesa, di bisogno di liberazione dalle tante forme di schiavitù culturali, religiose, politiche. Per comprendere appieno questi disagi, come Gesù, non dobbiamo ricorrere solo a denunce o proclami ma attuare percorsi di condivisione e prossimità.
La vita di Gesù è un Sinodo continuo. Insegna ai discepoli che la Chiesa che sta costituendo è chiamata a vivere un cammino comunitario, che fa proprio il grido di un’umanità che chiede di essere incontrata, guardata negli occhi, presa per mano per fare lo stesso cammino.
Questo stile, che la Chiesa ha ricevuto dal Maestro, in questi giorni viene, in modo particolare, applicato per celebrare il Sinodo per l’Amazzonia. Nuovi cammini che la Chiesa fa per una ecologia integrale. Per Gesù, prima di ogni azione, movimento, parola, è importante la preghiera. Ascolta, entra in dialogo con la realtà che lo circonda, riflette e parla con coraggio e determinazione per il bene del territorio e di quanti lo abitano.
Gesù ascolta il grido dei dieci lebbrosi, che si fermano a distanza e ad alta voce esclamano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». E’ il grido di un’umanità malata, lebbrosa che, seppure arrivi da lontano, viene lasciato marcire tra l’indifferenza generale fino a morire. E’ la storia di tanti popoli vicini e lontani, di ieri e di oggi. E’ la storia di una terra violentata, deturpata e sfruttata e poi lasciata al suo destino: pochi ricchi, tantissimi poveri.
I dieci lebbrosi sono figli di questa terra attraversata da Gesù, la stessa terra che attraversiamo oggi noi, perché la abitiamo ed è la nostra casa comune. Una terra ricca di risorse naturali, bella, meravigliosa e perfetta in tutto, anche nei più piccoli esseri viventi. Siamo tutti figli di questa madre terra, da essa veniamo e ad essa torneremo. Nonostante ciò siamo testimoni e a volte autori di tante deturpazioni! Lo sfruttamento della terra nuoce anche alla Vita! La vita, invece, è vita sempre e comunque. Siamo chiamati ad amarla e rispettarla dal suo concepimento alla sua fine naturale. Ogni uomo e ogni donna, insieme, siamo immagine e somiglianza di Dio, cioè amore fecondo che lascia sempre una scia di vita nuova. Se si escludono gli altri, come è avvenuto con i lebbrosi, anche quando si viola la Terra, si deturpa il vero volto di Dio e si lascia una scia di morte.
I dieci lebbrosi sono l’immagine di quanti sono sfruttati da una economia che mette al centro di tutto l’interesse del guadagno e non l’uomo, che guarda dall’alto in basso quanti lavorano nei campi e sono mal pagati. Sono l’immagine di tante ragazze abusate e messe sulla strada come merce da consumare. Sono ancora i tanti giovani costretti a lasciare la propria terra e che avvertono la nostalgia per gli affetti lontani. Sono le foreste, le montagne, le nostre valli, distrutte da una desertificazione selvaggia, sono anche i nostri mari infestati da veleni. Tutto si è capovolto: prima gli interessi, poi l’uomo. Ci si nasconde dietro forme di religiosità senza Dio e in nome di questa si agisce e si opera senza scrupoli. Non fanno così anche tutte le mafie?

Papa Francesco all’inizio di questo Sinodo ha detto: “Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli”.
Come possiamo anche noi vivere queste dimensioni di cui parla Papa Francesco? Come discepoli dobbiamo camminare con Gesù, parlare il suo linguaggio, agire come lui. Diversamente tradiremmo il Vangelo che non sarebbe più buona e bella notizia. Solo così comprendiamo perché Gesù dice ai lebbrosi, quindi all’umanità di oggi: «Andate a presentarvi ai sacerdoti».
Come “Naamàn [, il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]”, così anche noi oggi, per mezzo della Chiesa, in virtù del Battesimo che abbiamo ricevuto, ci immergiamo nelle acque della grazia.
C’è una Chiesa pronta ad accogliere, ascoltare, prendersi cura, annunciare la verità che fa liberi, purificare e quindi guarire. E’ la Chiesa che ha imparato dal Maestro a non rimanere chiusa nelle sacrestie, nei templi profumati d’incenso, ma a tenere l’occhio fisso verso quei luoghi, sempre più affollati, di uomini e donne, giovani e ragazzi, che, apparentemente distratti e senza Dio, nascondono una richiesta di aiuto. Una Chiesa che esce, si accosta, come ai discepoli di Emmaus, ascolta, incoraggia, evangelizza, illumina, spezza e condivide lo stesso pane eucaristico, così da rendere presente il Cristo che passa. Una Chiesa, dunque, che serve e non si fa servire.
A questo proposito mi piace riprendere un altro stupendo passaggio di Papa Francesco: «Siamo venuti per contemplare, per comprendere, per servire i popoli. E lo facciamo percorrendo un cammino sinodale, lo facciamo in sinodo, non in tavole rotonde, non in conferenze e ulteriori discussioni: lo facciamo in sinodo, perché un sinodo non è un parlamento, non è un parlatorio, non è dimostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere nella rete, per imporre qualsiasi idea o qualsiasi piano…Sinodo è camminare insieme sotto l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l’attore principale del sinodo».
Una Chiesa che, attraverso il suo servizio, è capace di purificare tutti e accogliere il ringraziamento anche di uno solo, come nell’episodio evangelico dei dieci lebbrosi. L’importante è che quell’uno abbia il coraggio di alzarsi e andare, cioè parlare e agire da Gesù: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». E come S. Paolo ha ricordato a Timoteo nella seconda lettura: «Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso».
Così sia.